Ieri sono stata a Verona, invitata dall’Osservatorio Wine a partecipare in qualità di relatrice alla tavola rotonda sul tema “Essere Cantine e PMI 2.0“. Si è trattato di un’esperienza splendida per il clima che è si è creato e ho avuto il piacere di trovare come relatori alcune persone davvero brillanti.

Occupandomi per lavoro di comunicazione nel mondo del vino, mi è spiaciuto che il tempo dedicato alla tavola rotonda sia stato tutto sommato ridotto rispetto al numero dei relatori e alla possibilità di intavolare un vero e proprio dibattito anche con il pubblico: mi spiace soprattutto perché il rischio di eventi come questo è che ci partecipa in qualità di uditore se ne torni poi a casa senza aver davvero ricevuto stimoli concreti e suggerimenti utili per la sua esperienza personale.

All’interno di un intervento concentrato al massimo in cui è necessario dare un minimo di presentazione di sé, inquadrare il proprio lavoro e rispondere a una domanda sull’argomento di cui si sta parlando è quantomeno complesso se non impossibile e rischia di essere pure off topic, illustrare prassi e strumenti di lavoro con cui un’azienda (vitivinicola e non) può ragionevolmente confrontarsi per riuscire a comprendere cosa possa fare al caso suo.

Mi piacerebbe quindi parlare qui in maniera più diffusa con quanti vorranno intervenire.

Un Commento a “Osservatorio Wine: quando la comunicazione del vino diventa 2.0”

  1. La distanza tra le PMI ed i PMComunicatori « ComuniKaFood scrive:

    […] Alessia invece osserva: questi sono i punti di criticità: - la disposizione della sala non ha aiutato a sviluppare un dialogo (eravamo anche logisticamente troppo lontani dai nostri uditori); - i relatori erano estremamente numerosi e, per il tempo che ci è stato concesso, era difficile riuscire a concentrare interventi che non andassero di molto oltre il common sense (peccato, perché di cose da condividere ce n’erano, e molte…); - la mia percezione personale, inoltre è stata esattamente quella che sottolinei anche tu: una platea (o almeno parte di essa) che era lì “perché doveva esserci” e che è talmente abituata ad essere passiva da non fare nemmeno più domande, anche quando potrebbe o dovrebbe. Rapportandomi pressoché quotidianamente con realtà simili, che ancora non ritengono opportuno investire nella comunicazione 2.0 (e che fanno fatica a farlo anche in quella 1.0: perché non hanno o non vogliono trovare il budget, perché mancano le risorse da dedicare, perché manca il know-how…porblemi leciti, ma che rischiano di portare l’azienda ad un’empasse anche commerciale), credo che il pensiero dei più sia stato che tutto quello che hanno sentito era così lontano dalla loro esperienza reale che difficilmente ne avrebbero potuto trarre qualcosa di utile. […]

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