Personalmente ritengo d’avere un’alta soglia di pudore. Non mi lascio avvicinare, toccare, baciare e così via con facilità. Devo essere in confidenza con una persona per permettergli di entrare non solo nella mia sfera intima ma talvolta anche in quella personale. “Dev’essere questione di cultura, o di educazione” mi son detta, quando ho cominciato a ballare. Perché col ballo in coppia queste distanze vengono meno e non è affatto detto che di fronte tu abbia la tua ben nota dolce metà. Può essere pure un tizio che, come te è lì per imparare, che non sconfinfera manco un po’ e che magari è pure un po’ bruttarello e stagionato.

Però, la conferma del fatto che queste sovrastrutture in un certo senso ci governano (così come sono gli idiomi a parlarci e non viceversa), arriva con il ballo in un Paese straniero. Lì c’è una cultura differente, e un altro modo di ballare e un altro modo di percepire e percepirsi, dove anche le sfere personali sono più fluide, più compenetrabili e al tempo stesso consentono di mantenere le distanze. Come se il balo fosse un codice a sé, dove ci si intende in maniera differente, dove ci si relaziona al limite della sfera intima ma si resta in realtà sospesi in quella pubblica.

Un tema che mi ha sempre affascinato, questo dei gesti, del sottinteso e del potenziale di comunicazione che tutto ciò racchiude. Ecco perché, quando ho letto dell’uscita di un testo del buon vecchio Erving Goffman, Relazioni in pubblico (edito dai tipi di Raffaello Cortina), ho pensato non posso farne a meno.